La riorganizzazione di Google in Alphabet potrebbe essere un totale disastro.

É probabilmente la notizia dell’estate: il co-fondatore di Google, Larry Page, ha scioccato il mondo dell’informatica e non solo rinominando e riorganizzando la sua compagnia, che ora si chiama Alphabet.

Google, come l’abbiamo intesa fino a pochi giorni fa, è adesso una delle sei sotto-divisioni in cui è stato ripartito il colosso di Mountain View.

Analisti sell-side e investitori hanno reagito in maniera entusiasta e anche Wall Street ha accolto positivamente la notizia della ristrutturazione, tanto che dopo l’annuncio le azioni hanno guadagnato in una sola giornata il 4%.

Eppure questa trasformazione potrebbe essere un totale disastro.

Quali conseguenze ha questa ristrutturazione?

A un primo superficiale sguardo, in seguito alla riorganizzazione non dovrebbe cambiare molto: sotto il cappello di Alphabet rientrano sia Google in sè, da sempre il core business della società, sia le divisioni ricerca, sviluppo e investimenti indipendenti dalle attività web, come i progetti Nest, Calico e Fiber, solo per citarne alcuni.

Ma analizzando l’accaduto un po’ più in profondità diventa evidente che la situazione potrebbe essere più complicata di così e avere conseguenze dirette sulla convivenza delle varie divisioni.

In primo luogo, con la modifica del nome, sembra che Page e Brin vogliano far arrivare ai dipendenti un messaggio ben chiaro: all’interno dell’azienda le cose stanno cambiando e che il core business stesso potrebbe non essere più quello che è stato finora. Google e con essa YouTube, Android, Gmail, e Google Maps, sono ora una delle divisioni di Alphabet e non più le attività di punta della compagnia. É lecito pensare che anche i dipendenti che lavorano nell’azienda recepiscano l’idea di Page e Brin come l’avviso che altri progetti al di fuori dello sviluppo web siano più interessanti e, perchè no, più importanti.

Lo stesso Page ha rilasciato alcune dichiarazioni che lasciano intendere che tra le varie divisioni potrebbero esserci vere e proprie guerre intestine: lui e Brin si sono infatti riservati il diritto di disporre dei fondi per la ricerca in maniera tale da distribuirli come meglio credono tra i vari reparti. In queste poche parole gli analisti hanno letto la volontà dei due fondatori di Google di dare quanto vogliono a chi vogliono.

Da qui a immaginare che questo potrebbe scatenare invidie e faide tra i vari CEO il passo è breve: cosa potrebbe succedere se Sundar Pitchai, l’appena nominato CEO di Google, ritenesse che le sovvenzioni alla sua divisione siano inadeguate e allo stesso tempo accusasse Tony Fadell (CEO di Nest) di riceverne troppe?
L’atmosfera all’interno di Alphabet potrebbe decisamente scaldarsi in breve tempo!

Alphabet: la nuova Berkshire Hathaway?

Subito dopo l’annuncio di Page, gli analisti di Wall Street hanno fatto un paragone tra il riassetto di Google e la struttura della Berkshire Hathaway di Warren Buffett, una delle holding più grandi del mondo, definendo la neonata Alphabet la “Berkshire Hathaway di Internet”.

É un paragone calzante? In realtà no. Le varie aziende che compongono la Berkshire Hathaway sono indipendenti le une dalle altre e Mr. Buffett investe i rendimenti ottenuti nel business delle assicurazioni per acquisire compagnie redditizie e fidate, che siano fonte sicura di futuri guadagni “per almeno 100 anni”.

Per quanto ne sappiamo, invece, Alphabet utilizzerà i guadagni provenienti principalmente dai servizi Google per investirli in altre divisioni di ricerca che, allo stato attuale, non sembrano molto redditizi e che portano avanti progetti come l’auto che si guida da sola, i droni per consegnare merci o il Project Loon, l’ambizioso tentativo di distribuire servizi internet a mezzo di mongolfiere nella stratosfera.

Dunque che altro c’è dietro questa riorganizzazione aziendale? Andando a leggere alcune dichiarazioni di Page rilasciate lo scorso anno al Financial Times, è evidente che la notizia del riordino era nell’aria già da tempo e che i due fondatori avevano già dichiarato la volontà di farsi da parte per avere una visione più ampia su tutte le attività della società: “In linea di massima la nostra intenzione è di avere un CEO per ogni divisione, con me e Sergey (Brin) in supporto, se necessario”, affermavano l’anno scorso.

Se a questo aggiungiamo le voci che volevano Page stanco di recarsi in ufficio ogni giorno a risolvere i problemi che il CEO di un’azienda grossa come Google si trova inevitabilmente ad avere, possiamo immaginare che, dopo anni, abbia sentito l’esigenza di prendersi del tempo per sè.

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